Guidare un mezzo pesante per molte ore al giorno è una attività impegnativa sia per quanto riguarda l’aspetto professionale sia della salute.
Si tratta, infatti, di un genere di attività che sollecita in modo continuativo il corpo. Gli studi scientifici della medicina del lavoro hanno osservato come i conducenti professionali presentino una maggiore incidenza di disturbi muscolo-scheletrici, in particolare a carico del tratto lombare e cervicale, rispetto ad altre categorie di lavoratori.
Ciò sarebbe causato dal combinarsi di diversi fattori che interessano chi guida per lavoro, quali postura seduta prolungata, tempi di guida estesi e limitata possibilità di alternare le posizioni durante la giornata.
Accanto ai dolori alla schiena e alle spalle, le ricerche segnalano anche un incremento del rischio cardiovascolare nei conducenti professionali. In questo caso, le cause sono legate alla sedentarietà, ma anche ai ritmi irregolari e alle abitudini di vita spesso condizionate dai tempi di consegna.
La guida prolungata non è di per sé una patologia, ma rappresenta una condizione lavorativa che richiede prevenzione e una gestione consapevole del proprio benessere fisico.
Disturbi muscolo-scheletrici per gli autisti: cosa dice la letteratura scientifica
La lombalgia rappresenta il disturbo più frequentemente segnalato tra i conducenti professionali. Questo fenomeno trova conferma negli studi scientifici[1], dai quali risulta che la prevalenza annuale di dolore lombare nei guidatori professionisti può superare il 50%, con valori più elevati rispetto alla popolazione lavorativa generale.
Gli autisti di mezzi industriali sono particolarmente interessati da questa condizione, in quanto maggiormente esposti ai fattori di rischio, che gli studi identificano con:
- postura seduta prolungata
- esposizione a vibrazioni trasmesse al corpo intero (whole-body vibration)
- movimenti ripetitivi di torsione del tronco
- salita e discesa frequente dal mezzo
Sul tema delle vibrazioni, anche le normative di legge evidenziano il problema: il riferimento tecnico principale è la direttiva europea 2002/44/CE sull’esposizione dei lavoratori alle vibrazioni meccaniche, recepita in Italia nel D.Lgs. 81/2008.
Ci sarebbe, infatti, una relazione tra esposizione prolungata a vibrazioni a bassa frequenza e aumento del rischio di degenerazione discale lombare. L’effetto non è immediato né automatico, ma dipende da intensità, durata dell’esposizione e caratteristiche individuali.
È importante sottolineare che non si tratta di un problema riconducibile a un singolo veicolo o a una specifica tecnologia, bensì a un’esposizione professionale cumulativa nel tempo, tipica di chi trascorre molte ore alla guida. Proprio per questo motivo oggi le case produttrici non solo producono veicoli a norma da questo punto di vista, ma propongono cabine e sedili con una elevata attenzione all’ergonomia.
Disturbi cardiovascolari negli autisti: cosa emerge dagli studi
Accanto ai disturbi muscolo-scheletrici, la letteratura scientifica ha analizzato il profilo cardiometabolico dei camionisti a lunga percorrenza. Un’indagine nazionale condotta dal National Institute for Occupational Safety and Health (NIOSH) e pubblicata sull’American Journal of Industrial Medicine ha esaminato lo stato di salute dei long-haul truck drivers (ovvero i guidatori a lunga percorrenza) negli Stati Uniti, portando alla luce una prevalenza particolarmente elevata di fattori di rischio cardiovascolare.
Secondo lo studio[2], il 69% dei conducenti risultava in sovrappeso o obeso, mentre circa il 17% presentava una condizione di obesità grave. È emersa inoltre una significativa diffusione di ipertensione arteriosa e una quota rilevante di lavoratori con livelli di attività fisica inferiori alle raccomandazioni sanitarie.
Nel tempo, queste condizioni possono aumentare il rischio di malattia cardiovascolare, soprattutto quando associate a sedentarietà prolungata e a ritmi di lavoro irregolari. Anche in questo caso non si parla di un effetto diretto della guida in sé, ma di un insieme di fattori legati allo stile di vita e all’organizzazione dell’attività lavorativa.
Si tratta di dati riferiti al contesto statunitense, caratterizzato da percorrenze molto estese e permanenze fuori sede prolungate. Tuttavia, il quadro descritto conferma un principio ormai consolidato in ambito scientifico: la combinazione tra sedentarietà prolungata, irregolarità dei ritmi quotidiani e limitata attività fisica può aumentare nel tempo il rischio cardiovascolare.
Anche nel contesto europeo, dove la normativa sui tempi di guida è più strutturata, la prevenzione dei fattori di rischio cardiometabolico resta un tema importante per chi svolge attività professionale su lunga percorrenza.
Il dato scientifico invita quindi a considerare la salute cardiovascolare come parte integrante della prevenzione professionale, affiancando alla competenza tecnica una maggiore attenzione ai parametri clinici e alle abitudini quotidiane.
Prevenzione: come ridurre il rischio nel tempo
Gli studi sui disturbi muscolo-scheletrici e sui fattori di rischio cardiovascolare convergono su un punto: per prevenire i disturbi è necessario attuare una serie di accorgimenti che vanno dall’organizzazione delle attività, ai comportamenti quotidiani fino all’attenzione all’ergonomia.
Per quanto riguarda la salute della colonna vertebrale, la corretta regolazione della postazione di guida rappresenta il primo livello di tutela. Sedile posizionato all’altezza adeguata, schienale che sostenga l’intera zona lombare e distanza corretta dal volante contribuiscono a distribuire in modo più uniforme i carichi sulla colonna.
Poi le pause programmate, già previste dalla normativa sui tempi di guida e di riposo, possono essere sfruttate per la mobilizzazione attiva: brevi camminate, esercizi di estensione del rachide e movimenti di scioglimento delle spalle aiutano a contrastare rigidità e affaticamento muscolare.
Sul versante cardiovascolare, la prevenzione si fonda su abitudini consolidate nel tempo. Poiché gli studi sui camionisti mostrano un rischio aumentato di sovrappeso e ipertensione, risultano particolarmente importanti il controllo periodico dei principali parametri clinici, un’alimentazione equilibrata durante i viaggi e l’inserimento di attività fisica nei giorni di riposo.
Anche piccoli cambiamenti, se mantenuti con costanza, incidono in modo significativo sul profilo di rischio complessivo.
A questi aspetti individuali si affianca l’evoluzione ergonomica dei veicoli industriali moderni, che dedicano crescente attenzione a comfort, regolabilità dei sedili e qualità dell’ambiente di guida.
La tecnologia non sostituisce le buone pratiche personali, ma può contribuire a rendere più sostenibile nel tempo un’attività che richiede molte ore alla guida.
[1] Robb MJ, Mansfield NJ. Self-reported musculoskeletal problems amongst professional truck drivers. Ergonomics. 2007 Jun;50(6):814-27. doi: 10.1080/00140130701220341. PMID: 17457743.
[2] Sieber WK, Robinson CF, Birdsey J, Chen GX, Hitchcock EM, Lincoln JE, Nakata A, Sweeney MH. Obesity and other risk factors: the national survey of U.S. long-haul truck driver health and injury. Am J Ind Med. 2014 Jun;57(6):615-26. doi: 10.1002/ajim.22293. Epub 2014 Jan 4. PMID: 24390804; PMCID: PMC4511102.